Tra il 27 agosto e il 4 settembre 2012, una piccola spedizione italiana ha partecipato alla Worldcon di Chicago. Quello che segue è una parte del resoconto di:
Prossimamente su questo sito, il link ai filmati dei panel.
La versione completa del resoconto (inclusi il diario della convention di Mike Resnick e molte altre foto) sarà resa disponibile in un volume fuori collana.
 

Preparativi (Luigi)

Ho saputo il 9 settembre 2010 che Mike Resnick sarebbe stato ospite alla Worldcon di Chicago 2012. Subito sono stato colto dalla pazza idea di andarci: da anni volevo conoscere Mike di persona, dopo le centinaia di mail che ci siamo scambiati, e quale occasione migliore della più prestigiosa convention di fantascienza del mondo?
Il resto è seguito con i dovuti tempi: la registrazione come partecipante nel settembre 2011 (fatelo presto, pagate meno), le prime idee per i panel nel novembre 2011, la prenotazione dell'aereo e dell'albergo tra gennaio e febbraio 2012, il voto per il premio Hugo (sì! Ho votato anch'io!)... e poi i ritmi si sono fatti sempre più serrati: passaporto ed ESTA, contattare altri autori delle Edizioni Della Vigna, organizzare i panel, predisporre i libri (in inglese e addirittura latino!) da distribuire a scopo promozionale alla Worldcon. E, diciamolo pure, avevo preparato anche qualcosa di "extra-convenzionale". Per esempio, supponiamo che in una delle feste sia disponibile un pianoforte. Non vorrete mica sfatare la leggenda italiani-pizza-mandolino: e così eccomi pronto con una sonata di Beethoven, la Patetica per la cronaca, una polacca e un paio di valzer di Chopin, e qualche frammento misto e assortito di Liszt e Schubert.
Insomma, le cose da fare non erano poche. E gli obiettivi erano ambiziosi: farsi conoscere, prendere contatti per pubblicare autori statunitensi in Italia e, se possibile ma ben più difficile, autori italiani negli USA.
La situazione a luglio 2012 era questa: io, mia moglie Marina, Debora Montanari e suo marito Volmer già organizzati come viaggio e alloggio; panel da finire di sistemare; e un dubbio su Bruno Vitiello, che speravamo potesse far parte della spedizione. Libri... quasi pronti, bisognava impaginarli e mandare i file dal tipografo dei dintorni di Chicago che avevo già contattato (perché portarsi uno scatolone, un grande scatolone, di libri con l'aereo quando si possono far stampare là?). Più mille piccoli dettagli da sistemare.
E poi, la notte tra il 26 e il 27 agosto via al notiziario che annunciava la nostra partenza. Perché di notte? Perché il diavolo ci mette sempre la coda, e la sera del 26 (quando sarebbe dovuto partire) c'erano problemi di server... beh, normale svegliarsi alle tre del mattino per spedire i notiziari. Tanto poi avrei potuto dormire in aereo... no?
 

Lunedì 27 agosto (Luigi)

Alle 6:30 sveglia, un saluto ai bambini, e poi partenza per Malpensa, che abbiamo raggiunto con il treno da Saronno. Il volo era con scalo a Copenhagen, dove dopo un paio d'ore di sosta avremmo cambiato per arrivare a Chicago in circa nove ore consecutive di volo.
Nulla da segnalare nella prima parte del viaggio, se non che... beh, le normali preoccupazioni per una spedizione del genere.
Sì, perché di spedizione si trattava: che io sappia (ma sono nell'ambiente solo da pochi anni) Giuseppe Festino era stato a Brighton verso la fine degli anni Settanta, ma chi c'era mai stato in veste di editore? E parlando in quattro panel, per di più? Era una bella responsabilità. Non rischiavamo di fare una brutta figura solo noi, ma di farla fare anche alla fantascienza italiana di cui, in un certo, presuntuoso senso, eravamo ambasciatori.
Tante cose sarebbero potute andar male. Diamo per scontato che il viaggio fili liscio (di solito è così), ma... per esempio i libri: avevo organizzato una consegna tramite corriere per mercoledì. Già in Italia mi era capitato che consegne con corriere avessero combinato dei mezzi disastri. Sarebbero stati puntuali? E come sarebbero stati i libri? Certo, dai contatti che avevo avuto la tipografia sembrava professionale, ma chissà mai... E poi, i panel: da tenere nel mio non certo ottimo inglese. Mi avrebbero capito? E se ci fossero state domande? Vero, avevo predisposto un minimo di "rete di sicurezza", però...
Insomma, i pezzi erano stati disposti sulla scacchiera. Ma le truppe in campo come avrebbero reagito alla battaglia?
Questi erano i pensieri mentre sorvolavo la Groenlandia... No, non è vero: prima di allora. Quando ho sorvolato la Groenlandia, me la sono goduta tutta. In una giornata serena gli iceberg sono uno spettacolo. E il pisolino che volevo schiacciare o il libro che volevo leggere sono rimasti tra le cose non fatte.
Sorvolando il Canada, ho avuto la mia bella dose di mistero: la vista, da quasi dodici chilometri di altezza, di una struttura triangolare disposta sul suolo. Cos'era? Non lo so, certo che mi ha incuriosito... prime ricerche su Internet (compreso Google Maps) non mi hanno portato da nessuna parte, e anche Alfredo, il mio esperto in mysteri preferito, sa che esistono queste strutture in Canada (anche trapezoidali!) perché le ha viste, però non sa cosa sono.
Ma basta con i misteri, e torniamo a cose più concrete: passiamo la dogana (uffa, più di un'ora!) e andiamo in albergo, l'Hyatt Regency, dove si sarebbe tenuta la Worldcon 2012, cui era stata data la denominazione di Chicon 7. Quindi un salto in camera.
Poi subito giù alla reception per far chiamare Mike Resnick, che era già lì da uno o due giorni. Lui scende altrettanto rapidamente ma... ahimè, per oggi niente cena insieme. Noi eravamo piuttosto stanchi, per il nostro orologio biologico erano circa le quattro di notte, e per mangiare una pizza tra noi avremmo dovuto attendere un'oretta e uscire dall'hotel. Quindi appuntamento per il giorno dopo, e cena veloce in uno dei ristoranti dell'albergo (niente di speciale, tra parentesi; ma la carne nella strana insalatona che avevo ordinato era buona). E poi a nanna.
 

Martedì 28 agosto (Marina)

Mi alzo presto. In realtà stanotte mi sono svegliata più volte per colpa del fuso orario di sette ore che ci divide dall'Italia.
Però ora sono in forma e pronta per affrontare la mia prima giornata americana.
La Worldcon inizierà solo giovedì e fino ad allora possiamo permetterci di fare i turisti. Oggi è in programma una visita al Field Museum, museo di scienze naturali, in compagnia di una guida d'eccezione: Mike Resnick, che gentilmente si è offerto di accompagnarci.
Mi preparo e scendiamo nella hall. Siamo a caccia di qualcosa da mangiare e ci avviciniamo al buffet riccamente preparato dal ristorante dell'albergo.
Sbircio nei piatti delle persone presenti e mi accorgo che mai e poi mai riuscirei a ingoiare tutto quel cibo alle otto e mezzo del mattino.
La persona accanto al mio tavolo si è servita nell'ordine: omelette con formaggio e prosciutto cotto, due salsicce, del pancake, tre pezzi di anguria e tre di melone.
Potreste obiettare che forse costui era di buon appetito, ma guardandomi attorno la situazione non variava di molto.
Optiamo per un piatto più parco, sullo stile mediterraneo, ma ci accorgiamo presto che il caffè come lo intendiamo noi e una buona brioche sono merce assai rara.
Mangiamo ciò che troviamo e ci ripromettiamo di cercare qualche negozietto che ci fornisca del cibo più vicino alle nostre abitudini.
Usciamo quindi dall'albergo e camminiamo lungo la Michigan Street. Tanti negozi, il cielo è di un azzurro terso, soffia il consueto vento di Chicago, chiamata per questo Windy City, ci divertiamo a scattare foto e finalmente troviamo un piccolo supermercato di alimentari che sarà la nostra fonte di nutrimento mattutino per i prossimi giorni.
Dopo aver acquistato alcuni generi di prima necessità, torniamo a riporre tutto in albergo perché da lì a poco abbiamo appuntamento con Mike per la nostra passeggiata al museo.
Ed eccolo Mike che ci aspetta con sua moglie Carol vicino alla reception dell’albergo. Ci salutiamo, scambiamo qualche battuta, poi Carol ci lascia perché ha qualche commissione da fare e forse perché il museo l’ha già visitato più volte.
Da lì a poco conosciamo Gio, traduttrice, scrittrice e poliglotta. La sua vita l’ha portata qua e là e così, nata in Italia, trasferita per trent’anni in Francia e ora residente in Scozia, si trova, con mia benevola invidia, a parlare perfettamente tre lingue.
Ci accompagnerà al museo e talvolta si rivelerà preziosa nel tradurre qualche frase che la mia scarsa conoscenza della lingua mi renderà incomprensibile.
È così, in quattro, prendiamo un taxi e ci facciamo portare al museo.
Mi godo il viaggio in auto. Passiamo a fianco al lago, al parco, vedo delle barche a vela ancorate e tanta gente che fa jogging.
Arriviamo poco dopo. Il Field Museum è una costruzione bianca, con un imponente colonnato che ricorda vagamente i templi antichi e un’ampia scalinata che conduce a due grandi portoni.
Mike e Luigi al museoMike e Luigi al Field Museum Copyright © 2012 Marina Perrotta

L’interno è ancora più imponente. Una vasta sala rettangolare, al centro due giganteschi elefanti imbalsamati e più in là lo scheletro di un enorme dinosauro che incute timore anche così.
Giriamo per parecchie ore e vediamo tanti esemplari di animali imbalsamati e introdotti nel loro habitat naturale sapientemente ricreato.
Mike ci racconta tante curiosità. Lui in gioventù ha partecipato a dei veri safari in Africa e ci narra vari aneddoti sugli animali che ha visto realmente.
Verso le quattordici optiamo per servirci al bar del museo. Io un’insalata, Luigi un panino e una birra di radice. Dovete sapere che in America non si trovano facilmente alcolici nei bar, quindi se vuoi una birra ti devi accontentare di quella di radice: root beer.
Una cosa disgustosa! Io non sono un’appassionata di birra, ma vi assicuro che solo sentirne l’odore è un'esperienza inimitabile.
Vi posso solo dire che da quel momento in poi Luigi ha scelto i ristoranti in cui mangiare in base alla presenza o meno della birra di radice. Dove c’era la root beer non c’era Luigi!
La giornata è passata in modo divertente, alla fine ero distrutta, su di me gravava la stanchezza del lungo viaggio intrapreso il giorno prima, ma soprattutto le sette ore di fuso orario.
Tornati in albergo Mike ci ha invitato a chiacchierare nella sua suite. Sono stata un po’ in loro compagnia, ma poi mi sono arresa alla stanchezza, ho salutato Mike e Gio e sono tornata in camera a riposare un po’.
Luigi e Mike accanto al manifesto della WorldconLuigi e Mike all'Hyatt con il manifesto della convention Copyright © 2012 Marina Perrotta
Abbiamo concluso questa bella giornata gironzolando per la città, fotografandone gli scorci più suggestivi. In un angolo qualcuno aveva organizzato un'happy hour e sotto un tendone bianco allestito in mezzo ai grattacieli si servivano aperitivi e si ascoltava musica a tutto volume. Su un marciapiede davanti un tipo ballava con ai piedi un paio di roller. Vi garantisco che solo standomene seduta lo spettacolo era assicurato.
Alla sera abbiamo cenato al nostro, poi preferito, ristorante, l'Houlihan's, che si trovava proprio sotto il nostro albergo in quella parte che si univa e diventava centro commerciale.
Qui abbiamo sbagliato di grosso le misure. Luigi mi dice di prendere un primo e un secondo: abbiamo fame, a mezzogiorno abbiamo mangiato pochino e poi il mio stomaco mi dice che per via del fuso forse ho anche saltato un pasto.
Cena troppo abbondanteCena troppo abbondante... Copyright © 2012 Luigi Petruzzelli
Ordiniamo un primo e secondo entrambi ma notiamo che la cameriera ci guarda con aria stranita.
Mah! Poi capiamo il perché. Le porzioni sono enormi.
Arriva una quantità di cibo che non vi potete immaginare. Pizza, patatine, hamburger, insalata, ma tanto, tanto, tanto.
Mangiamo finché possiamo, poi la cameriera, presa da compassione, ci dice che ciò che non riusciamo a finire lo possiamo portare via dentro a un basket.
Ben venga il basket! E così, pieni da scoppiare, con il nostro bel cestino, ce ne torniamo in albergo e assonnati e ripieni ci addormentiamo.
 

Mercoledì 29 agosto (Luigi)

Ed eccoci a mercoledì. Giorno praticamente libero, quindi per prima cosa andiamo a registrarci e a disporre un po' di materiale promozionale sui banchi da cui il pubblico avrebbe potuto prelevarlo. Mi viene spontaneo iniziare a fare qualche confronto con le manifestazioni italiane: cominciamo con la registrazione. Solo per quella c'erano sette sportelli (sei per il pubblico, uno riservato), più un altro sportello per le informazioni e un ufficio per l'accredito della stampa. Un giro veloce per capire come muoversi: sostanzialmente, la Worldcon occupa tre piani dell'albergo. Sono state affittate 60 o 70 stanze, non ho un dato ufficiale, provate voi a contarle sulla piantina, dal piccolo ufficio alla grande sala per i "grossi" eventi.
Alla registrazione si ritira il materiale: il badge (cui andranno via via attaccate le "medaglie", capirete in seguito), un programma tascabile di sole 170 pagine, il libro ufficiale della convention (160 pagine un po' più grandi di un A4). Il programma tascabile si rivelerà molto utile per orientarsi in mezzo agli 871 eventi ufficiali; e lì trovo la prima bella sorpresa: ci sono anch'io :-) Come pure sul librone ufficiale, nella parte dedicata alla bibliografia dell'ospite d'onore, trovo anche il nuovissimo libro Jake Masters, detective galattico, uscito praticamente in contemporanea all'edizione in inglese Masters of the Galaxy e di cui mi sono portato a Chicago quattro copie e una cinquantina di segnalibri.
Nel nostro giro, vediamo anche la sala dove si terrà la cerimonia del premio Hugo (sì, cerimonia, non solo premiazione), prima che sia preparata. Già pregustiamo la domenica sera...
Ma intanto siamo liberi, e quindi via per un giretto in città.
Al ritorno in albergo, poco prima dell'ora di pranzo (che per quel giorno avevamo stabilito intorno alle 13: abbiamo dovuto essere alquanto flessibili in proposito), una puntatina nella sala dei venditori per cercare chi avrebbe dovuto fornirci un piccolo spazio espositivo, e quindi la lieta sorpresa che erano arrivati i libri preparati appositamente per la Worldcon. In perfetto orario. Quali erano?
Mentre porto lentamente in camera lo scatolone, incrocio per caso Mike, e lo apriamo insieme. È felicissimo di vedere l'Omne Ignotum con il suo racconto, perché è il suo primo lavoro tradotto in latino: la prima volta al mondo. La ventisettesima lingua in cui è pubblicato! Preso dall'entusiasmo, autografa tutte le copie.
Ah già, le copie: quante sono? In totale (dei cinque libri) ottanta. Tolte quelle d'archivio e di autore distribuiremo durante la convention oltre cinquanta libri. Quindi... no, in Italia non è commercializzato nulla nell'Edizione Speciale Worldcon.
OK, pranzo e poi abbiamo un altro po' di tempo libero. Nel pomeriggio una bibita con Lezli Robyn (scrittrice australiana) e Barbara Galler-Smith (scrittrice ed editor canadese), quindi un giro fuori e incontro per cena con Debora Montanari e suo marito Volmer. Quattro chiacchiere, un giretto e poi a nanna: non sono ancora iniziate le sere delle feste.
 

Giovedì 30 agosto (Debora)

Briefing mattutinoBriefing mattutino di Debora e Luigi Copyright © 2012 Volmer Guaitolini
Alle 13:30 avevamo il primo panel, quello che ci avevano aggiunto gli organizzatori di loro spontanea volontà: ho trovato l’iniziativa così lusinghiera che ero quasi contenta, se non pensavo alla tremarella che aveva cominciato a farsi sentire la mattina quando io e Luigi abbiamo fatto un briefing per decidere, molto a grandi linee, i contenuti dei nostri discorsi. È impossibile stabilire come si svilupperà una conferenza che prevede la partecipazione di altre due persone che, nel nostro caso, erano Mike Resnick (moderatore) e la scrittrice italiana Barbara G. Tarn, oltre alla partecipazione di un pubblico attivo. Non ci stavamo preparando per un ruolo in un film, non esisteva una sceneggiatura che riportasse le esatte parole che avrebbero dovuto pronunciare i vari attori, ci stavamo preparando per una conferenza di un’ora e mezza dove era tutto affidato all’ispirazione del momento e anche, e soprattutto, alla reazione del pubblico.
L’argomento lo conoscevamo, SF Scene in Europe, quindi non era una questione di conoscenza, era un problema di comunicazione: discutere, spiegare, rispondere in una lingua che non è la propria, era questo che mi preoccupava più di ogni cosa.
Panel EuropeIl primo panel, SF Scene in Europe. Da sinistra Debora, Luigi, Mike, Barbara. Copyright © 2012 Volmer Guaitolini
Alle 13:30 il panel è cominciato. Quando Resnick mi ha chiesto di presentarmi il cuore mi è arrivato in gola e faticavo a respirare: anche se ho nascosto bene il problema, temevo, nel giro di un paio di minuti, di andare in crisi di ossigeno e cascare dalla sedia. Per almeno tre minuti non ho trovato pace, tantomeno la posizione: prima le mani sul tavolo, poi in grembo, prima le gambe accavallate, poi le ginocchia unite; mi appoggiavo allo schienale, mi raddrizzavo, mi giravo e rigiravo come una tarantolata finché, a un certo punto, la parola è passata di nuovo a me e qualcosa è cambiato. Ho iniziato a dire la mia e mi sono accorta che il cuore era regolare, il respiro arrivava senza trovare strozzature sul percorso e l’emozione aveva lasciato il posto a una tranquilla vivacità, la stessa che ho quando faccio le dirette in radio, o quando parlo alle classi nelle scuole, insomma, quella che ho quando sono a mio agio con l’argomento (perché è il mio argomento) e con le persone. Mi piaceva: mi piaceva parlare di fantascienza, mi piaceva rispondere al pubblico, mi piaceva controbattere alle affermazioni di chi era al tavolo con me, mi piaceva essere lì e non ero più preoccupata del mio inglese imperfetto, ho invece cominciato a sentire quell’energia che mi avrebbe accompagnata per giorni.
Debora e Harry TurtledoveIncontri tra un panel e l'altro: Debora con Harry Turtledove Copyright © 2012 Volmer Guaitolini
Il ghiaccio si era sciolto. Quel primo panel inserito nel programma non per nostra iniziativa è stato come la manna dal cielo: ha spezzato quel momento di paura che doveva essere superato, l’ha spezzato al momento giusto, il primo giorno della convention e tre ore prima che io affrontassi il mio panel, quello preparato e proposto da me, quello dove ero anche la moderatrice.
* * *
Alle 16:30 ha avuto inizio il mio panel: SF and Border Science.
Siamo arrivati con largo anticipo nella sala San Francisco, per fortuna perché si era appena tenuta una esposizione d’arte ed era quasi vuota, c’erano solo il tavolo, i microfoni e un divano su un lato. Da buoni italiani ci siamo preoccupati senza tenere conto dell’organizzazione americana: detto-fatto, in meno di cinque minuti gli addetti avevano rifornito la sala di una quarantina di sedie e alle 16:30 ho potuto dare inizio a quel panel sul quale avevo tanto lavorato, su quell’argomento su cui mi piace tanto disquisire.
Mi ero organizzata da tempo scrivendo quattro pagine sulla scienza di confine e il suo rapporto con la fantascienza in Italia, le avevo lette e rilette, in inglese, per imparare a gestire i contenuti in un’altra lingua; mi ero preparata cartoncini con appunti sui quali buttare l’occhio quando ne avessi avuto necessità. La mia regola sul tenere una conferenza o anche solo sul fare un discorso è mai leggere, se ciò che vuoi dire nasce dalle tue idee e dal tuo essere, sai quel che vuoi dire in qualsiasi situazione senza bisogno di doverlo leggere. Certo, per un’ora e mezza di conferenza in un’altra lingua mi sono concessa la possibilità di buttare un occhio agli appunti, una forma di sicurezza che aiuta ad affrontare una prova difficile, un po’ come tenere un libro chiuso tra le mani durante una interrogazione alla cattedra, vis-à-vis con il professore; essere vis-à-vis con più di quaranta persone che sono lì per ascoltare il tuo argomento, che hanno scelto quello tra almeno altre trenta proposte, quelle delle 16:30, intendo, beh... altro che libro chiuso tra le mani, avrei voluto un poster con il mio discorso scritto a lettere giganti ma visibile solo ai miei occhi, un desiderio molto fantascientifico.
Ciò che avevo da dire era importante, lo è ancora, non era solo il mio punto di vista, non una semplice analisi personale ma c’era anche una forma di denuncia legata a verità ben note in Italia: volevo parlare dello scontro tra una repressiva scienza tradizionale e una scienza di confine in crescita, della visione della scienza di confine da tutti i punti di vista presenti nel nostro Paese, parlare di situazioni, esempi e confronti con la fantascienza e con la forza della creatività, non solo nella letteratura ma anche nella scienza. Per fortuna che questo argomento mi piace parecchio perché i miei piccoli cartoncini rettangolari, appoggiati a un bicchiere, si sono dimostrati inutili. Ho capito subito che mi sarebbe stato impossibile anche solo gettare una occhiata a quegli appunti così, dieci secondi prima di iniziare, ho pensato: d’accordo... ho capito, vado a braccio, è la mia specialità, ma cavolo ‒ e scusate tanto ma il cavolo ci vuole proprio ‒ qui devo andare a braccio in inglese e io non ho una simile padronanza di questa lingua. Quando si dice che nelle situazioni ti ci devi trovare, che scopri risorse dentro di te che mai e poi mai avresti pensato di avere è vero... anch’io le ho trovate!
C’era sempre quella voce che arrivava dal profondo, in quel momento non mi ha detto “o la va, o la spacca”, infatti era già andata, il ghiaccio si era sciolto, ero calmissima, non vedevo l’ora di iniziare, speravo solo di non trovarmi in deficit di parole o di non incartarmi in qualche frase contorta, speravo anche di fare bene il lavoro di moderatrice (prima della Chicon 7 non avevo idea di come si svolgesse quel ruolo), insomma, io speravo. Poi la vocetta è arrivata e stavolta non ha sussurrato, ha gridato: «SI - PUÒ - FARE!», già, proprio come nel film Frankenstein Junior, niente tuoni e fulmini però.
«OK, here we go!» ho detto, e mi sono presentata, poi è stato il turno di Luigi e infine di Barbara G. Tarn, inserita nel nostro panel come terza voce. Così, il mio argomento tanto amato, la fringe science, come la chiamano gli americani, ha preso vita e che vita: è stato divertentissimo, il panel si è trasformato in una sorta di tè delle cinque, probabilmente lo stesso ambiente aiutava a pensarlo. La saletta era piccola, illuminata da una lampada in stile anni Trenta sul tavolo e poche altre luci soffuse e gialle, quindi molto calde e capaci di regalare un'atmosfera piacevole. La gente occupava tutte le sedie disponibili e c’era anche un signore di mezza età che si era accomodato sul divano, tra l’altro lui è stato una delle presenze più attive: insieme ad altri sei o sette (tra loro anche la professoressa Arielle Saiber) hanno dato vita a discussioni sempre più particolari con le loro domande e affermazioni. È stato un incredibile scambio di idee, vivace, entusiasmante per il livello di cultura dei presenti e anche, e soprattutto, per l’apertura mentale: mancavano solo una bella teiera stracolma di tè, muffins e cookies e il tè delle cinque (o meglio delle quattro e trenta fino alle sei) sarebbe stato perfetto. Faccio presente che non è da immaginare come un elegante afternoon-tea londinese: in realtà sembrava di festeggiare, visto l’argomento e le idee che saltavano fuori, un non compleanno con il Cappellaio Matto, Alice, lo Stregatto e una buona fetta di abitanti del Paese delle Meraviglie.
Il panel si è concluso con un applauso: l’avevamo meritato tutti, non solo noi che stavamo al tavolo dei relatori; Luigi si è alzato con un sorriso molto soddisfatto, io aggiungevo alla soddisfazione anche un po’ di orgoglio. Un’ora e mezza così ricca mi aveva dato più carica ed endorfine di un vasetto di Nutella o di una dozzina di doughnuts (le ciambelline sulle quali si abbuffano i poliziotti nei telefilm, avete presente?). In conclusione: «È stato proprio bello!» ha detto Marina, la moglie di Luigi, quando siamo usciti dalla sala; ero d’accordo con lei, a ripensarci adesso, posso affermare che sono ancora pienamente d’accordo con lei.
Sì, si poteva fare, l’avevamo fatto! E meglio di quanto avessi mai immaginato.


Sera (Marina)

Sono le 18:30, e si è fatta l’ora della nostra gita.
Infatti la Worldcon ha organizzato per gli iscritti un trasporto gratuito in autobus al planetario.
Noi siamo stanchissimi, ma non vogliamo perdere l’occasione e saltiamo sul pullman. L’organizzazione è puntuale. Tanta è la gente ma tanti sono anche i pullman, in fila indiana ci aspettano fuori dall’albergo. Da lì a poco siamo arrivati.
Lo spettacolo è grandioso anche all’esterno. L’enorme cupola occupa uno spazio proteso sul lago Michigan e sembra quasi sospesa tra cielo e acqua.
Entriamo, visitiamo tutte le stanze nelle quali troviamo cimeli delle missioni spaziali degli Apollo, anche videogiochi che simulano l’allunaggio... a proposito, Luigi è riuscito a far atterrare il LEM senza schiantarsi.
Poi lo spettacolo vero e proprio delle costellazioni in 3D. Bellissimo.
All’uscita l’organizzazione ha anche pensato a un buffet con aperitivo in una sala tutta a vetri e sullo sfondo il lago e lo skyline di Chicago di notte. Indimenticabile.
Torniamo in albergo con negli occhi una quantità d’immagini straordinarie.
Ma più prosaicamente il mio editore preferito ha ancora fame e allora si opta per una bella bistecca prima della meritata nanna.
Buona notte...
 

Venerdì 31 agosto (Volmer)

VolmerVolmer, in veste di cineoperatore, prima del panel di venerdì Copyright © 2012 Marina Perrotta
Puntuali alle ore 10 si ripartiva col briefing mattutino di Luigi e Debora nella hall dello Hyatt per prepararsi ad affrontare il terzo panel. Ormai sono rodati e sarà una passeggiata, penserete voi, invece i nostri eroi dovevano affrontare una sfida con un’asticella piazzata molto in alto. Infatti il panel doveva essere condotto da Bruno Vitiello, grande conoscitore di Michelangelo e della scienza nell’arte rinascimentale ma che per motivi di salute aveva dovuto dare forfait, quindi tutto il peso della conferenza cadeva su Luigi e Debora. Con loro c’era G. David Nordley e speravamo che la sua presenza potesse aiutare i nostri eroi a uscire dalle difficoltà che si sarebbero presentate, soprattutto nella fase degli interventi del pubblico. Anche se con qualche comprensibile difficoltà, Luigi e Debora sono riusciti a schivare brillantemente e con grande esperienza tutte le trappole che le numerose domande avevano posto.
Panel di venerdìIl panel di venerdì. Da sinistra Debora, Luigi e Gerald David Nordley. Copyright © 2012 Volmer Guaitolini
Un sospirone di sollievo e via a festeggiare lo scampato pericolo in un ristorante vicino allo Hyatt, nostra meta fissa o quasi per pranzi e cene. Potevamo rilassarci un po’ e cominciare a goderci la convention andando in giro per sale conferenze e allacciando amicizie a destra e a manca.

L’atmosfera era incredibile: maree di persone si spostavano continuamente da una sala all’altra, decine di ragazzi e ragazze erano vestiti e truccati come nella migliore notte di Halloween, un casino veramente difficile da raccontare ma in qualsiasi posto uno si trovasse poteva respirare felicità e divertimento.
Tappa obbligatoria era il buffet allestito dall’organizzazione due piani sottoterra, assolutamente gratuito, con un discreto assortimento di porcherie del luogo salate e dolci ma che aiutavano a tappare perfettamente il buchetto allo stomaco che si percepisce a metà pomeriggio.
E dopo questo pomeriggio ludico ce ne andiamo insieme in un locale, all’apparenza piuttosto losco, tra i più caratteristici e vecchi di Chicago: Billy Goat Tavern, un posto d’altri tempi che ti scaraventa indietro di cinquant’anni facendoti assaggiare le due loro specialità: hot dog e double cheeseburger.
All’ingresso c’è la scritta Entrate a vostro rischio e pericolo, ma è più apparenza che sostanza. Si effettua l’ordinazione al banco e il cuoco lì a fianco ti cucina al volo quel che hai richiesto, dopodiché nel tavolaccio accanto lo puoi condire a piacere con una serie di salse di tutti i tipi. Luigi e Marina apprezzano molto la cena e dopo una breve passeggiata rientriamo alla convention.
Andavamo incontro a una serata che mai mi sarei aspettato e che risulterà indimenticabile: circa alle 22:30 Luigi contatta Mike Resnick per andare ai piani alti dello Hyatt, dove tra il ventiquattresimo e il trentaquattresimo piano c’erano i party privati. Marina cede di schianto e va in branda, quindi il quartetto diventa un terzetto. A onor del vero insieme a noi ci sono anche Harry "Doc" Kloor, sceneggiatore e regista di Hollywood, e sua moglie, che chiameremo Jenny visto che ho rimosso il vero nome...
La squadrina segue in fila indiana Mike che è un passepartout fantastico per l’accesso ai party; all’entrata del primo sul nostro cartellino di riconoscimento ci attaccano un adesivo che poi ci avrebbe dato la possibilità di entrare anche nelle serate successive. Ci facciamo strada e, vi giuro, non ci potevo credere: sembrava di essere in un telefilm. Una marea di gente, tartine, pasticcini, torte e chi più ne ha più ne metta. E fiumi di... champagne! Debora, che non beve neanche un sorso di vino, si lascia trasportare dalla situazione e ne prende un calice mentre incrocia lo scrittore Brin, che guarda dicendo: «Ma tu sei David Brin?!?» «Yessss!!!» fu la sua risposta, e vedere l’espressione di Debora in quel momento valeva il prezzo del biglietto. «Ho parlato con David Brin!!!» non faceva che ripetere ma mai avrebbe immaginato che la serata era solo all’inizio. Dopo un quarto d’ora circa di grande godimento il nostro guru (naturalmente sto parlando di Mike Resnick) ci fa segno di uscire per andare a cercare un altro party. Luigi, che da questo momento chiameremo “The Shark" (molto meglio di "Carciofone" e sicuramente più adatto...), inizia a segnare su una salvietta i numeri delle suite dove si svolgevano i party privati e questa mossa ci sarà utilissima per la serata successiva. Ma, rimanendo alla prima, la squadrina entra nel party n. 2 e anche qui tra cibo, chiasso e scrittori famosi il divertimento è assicurato. Io mi sentivo come un bimbo nella fabbrica di cioccolato di Willie Wonka, tutto quello che vedevo lo assaggiavo passando drammaticamente dal salato al dolce innumerevoli volte. Dai gamberetti con la salsa cocktail ai bignè alla crema, dalle tartine salate alle torte al cioccolato alte 50cm, dalle patatine al peperoncino ai muffin al mirtillo.
Al secondo party lo stomaco cominciava a ululare ma erano talmente grandi l’eccitazione e il godimento che neppure il primo rimprovero di Debora (Ma mangi sempre?!?) poteva fermarmi. E via per il terzo party! Alla fine avevo perso il conto ma credo di essere arrivato a contarne circa sette/otto, uno più incredibile dell’altro: pensate che una suite era stata trasformata in discoteca con tanto di DJ, bar e luci stroboscopiche! L’adrenalina era alle stelle, mi sembrava di essere dentro un film o, ancor meglio, un sogno. Tutto sembrava irreale e io, invece del classico pizzicotto per vedere se stavo dormendo, mi sono mangiato l’ennesima fetta di torta: era tutto vero! Per fortuna al quinto o sesto party, non ricordo bene, ci siamo fermati a sedere, a fare due chiacchiere e a riposarci un po’, naturalmente continuando a mangiare ogni ben di Dio; e qui inizia a sentire l’odore del sangue il nostro Luigi “The Shark” che si avvicina silenzioso verso le sue prede per allacciare i primi contatti di lavoro.
Il contrasto tra i nostri due eroi è evidente, Debora è rapita dall’atmosfera irreale di questi party e dal pensare incredibile l’incontrare scrittori così famosi e poter chiacchierare amabilmente con loro. Luigi invece ha sempre l’occhio della tigre, ogni persona incrociata è vivisezionata per capire se può essere una sua preda editoriale oppure no. Un ulteriore giro per dare un’occhiata a un altro paio di party (guai se ne perdessimo uno...) e per fortuna quando le lancette sono abbondantemente oltre le 2 prendiamo la decisione di andarcene a letto.
Io proseguivo ormai per inerzia, lo stomaco invaso da una quantità indefinita di cibo, e fisicamente ero a pezzi. Al contrario Debora era adrenalinizzata e aveva l’occhio sbarrato, fosse stato per lei non saremmo mai andati a letto.
Raggiunta la camera mi tolgo a razzo i vestiti, un lavaggio veloce e mi sdraio sul letto, sono circa le 3 quando guardando la sveglia sul comodino penso Ora muoio...
In un attimo sento un rumore lontano e mi alzo di scatto: «Ma che sta succedendo?» mi chiedo ad alta voce.
«Tonto, è la sveglia, non sei morto e devi affrontare un’altra giornata come quella di ieri...»
«O  M I O  D I O!!!»
 

Sabato 1 settembre (Debora)

Avevo ancora la spinta della sera prima, l’entusiasmo fa miracoli, quasi quanto l’adrenalina e credo di aver avuto in circolo entrambi: ero carica come una molla e io e Luigi (ma c’erano come sempre anche sua moglie Marina come spettatrice e Volmer come operatore video) dovevamo affrontare l’ultimo panel, quello proposto da Luigi: Writing and publishing Science Fiction in Italy. Non abbiamo neanche fatto il solito briefing, giusto un paio di chiacchiere poco prima, sapevamo cosa dire, eravamo preparati, era la mia materia come scrittrice, ma soprattutto quella di Luigi come editore... niente Rinascimento questa volta. Ero contentissima perché con noi, nel ruolo di moderatrice, c’era Arielle Saiber, professoressa di Italiano al Bowdoin College del Maine.
Debora e Harry TurtledoveDebora, Luigi e Arielle Saiber Copyright © 2012 Volmer Guaitolini
Ho conosciuto Arielle dopo aver scritto un articolo in risposta a un suo studio sulla fantascienza italiana, ci siamo scambiate diverse mail e non vedevamo l’ora di conoscerci di persona, tra l’altro lei ha studiato e vissuto a Bologna. Questo panel è stato scoppiettante, l’energia di Arielle, vivace e di grande cultura, la nostra voglia di comunicare con il pubblico americano e l’interesse degli americani nei confronti dell’Italia hanno dato vita a una conferenza davvero interessante e curiosa. Anche quando si è concluso, i presenti ci avvicinavano e chiacchieravano, ringraziavano, chiedevano se potevano contattarci, proprio come dicevo prima: gli americani sono persone curiose e interessate, la loro passione per la fantascienza si percepisce a tutti i livelli; conoscono tutto e se non conoscono si informano. Inoltre, non nascondono la passione nei confronti dell’Italia e degli italiani, hanno una visione romantica di noi e del nostro Paese, è un amore che non si può non contraccambiare. In fondo, noi italiani che amiamo la fantascienza non viviamo forse di America? La respiriamo e l’ammiriamo, è uno scambio di emozioni su grande scala. Lo trovo bellissimo e l’ho detto anche al pubblico, al termine del panel che ha concluso i nostri impegni lavorativi. Ora, avevamo due giorni per goderci la convention, seguire qualche panel come ascoltatori, visitare l’Art Show dove gli artisti, più o meno famosi, esponevano lavori di ogni tipo, fermarci a bere caffè (e per me è tassativo, il caffè deve essere Starbucks) e a chiacchierare.


Sera: la Mascherata (Marina)

BrinbdisiSi festeggia con un brindisi. Da sinstra Volmer, Luigi, Debora, Marina. Copyright © 2012 Debora Montanari
Nel pomeriggio gironzoliamo un po’ e quindi decidiamo di festeggiare la buona riuscita dei panel. Andiamo al solito ristorante.
Ma lo spettacolo che tutti aspettiamo è la mascherata che si terrà tra poco nella grande Ballroom.
Ci portiamo verso il luogo dell’evento per tempo ma già la fila di persone che attendono per entrare è notevole.
Volmer è un giornalista e lavora in radio a Bologna: grazie a lui otteniamo dei pass riservati alla stampa e possiamo saltare la lunga fila. Anzi, ci riservano dei posti davanti da cui godremo di una buona visuale.
Il palco è molto grande e ai lati due maxi schermi assicurano un'ottima visione anche a chi è seduto più in fondo.
La sala si riempie velocemente, sono presenti davvero in tanti.
Lo spettacolo inizia. Ecco il primo costume, anzi i primi tre presentati dai bambini. Un premio riservato a loro.
Io non riesco a rimanere seria, Volmer commenta ad alta voce, nel suo accento bolognese, ogni nuova uscita e vi assicuro che mi sto sbellicando dal ridere.
Dopo i bambini ecco gli adulti. Una quindicina di maschere ma... che delusione, tutte piuttosto bruttine.
In Italia, in una convention di dimensioni ben minori, ho visto veramente di meglio.
Volmer non ce la fa più e minaccia il suicidio.
Dopo l’ennesima uscita del costume, modello sagra popolare della salsiccia affumicata, il nostro eroe mette via la macchina fotografica e ammutolisce. Ormai è allo stremo delle forze.
La mascherata è finita, non attendiamo neppure il vincitore e ce la filiamo.
Il pensiero fisso dei nostri tre sono i party. Sì, perché anche stasera si festeggerà alla grande. Cercano di convincermi a partecipare, ma io non ci penso proprio. Ne ho avuto abbastanza la sera prima.
Scappo via. Vado in camera, mi rilasso e attendo il ritorno dell’editore.
 

Notte: parties, parties everywhere... (Debora)

Abbiamo girovagato ancora per i party, senza Resnick: abbiamo però accantonato il lato più festaiolo che ci aveva colpiti la notte precedente, dando spazio al lato lavorativo. Luigi era impegnato a crearsi le giuste conoscenze, io a cercare nuovi sbocchi professionali. Siamo andati a salutare Resnick e lui ha lasciato la conversazione per portarci alle feste, di nuovo! Non mi dispiaceva, il party organizzato dai giapponesi l’abbiamo fatto due volte e quello mi piaceva molto, per l’atmosfera tranquilla; siamo tornati nel caos della Monarch Suite e in altri party.
Continuavo a chiedermi come facesse Mike: sapevo che aveva avuto una giornata piena di impegni, ce lo aveva rivelato lui la notte prima leggendoci la sua agenda e stava tenendo un allegro passo tra scale e ascensori, corridoi e suite e gente, insomma, io con ventisette anni meno di lui cominciavo a sentire la stanchezza: Ragazzi, che scorza, ho pensato. Quando si è girato verso di noi dicendo «OK guys, follow me» e ha infilato la porta del bagno, ho capito che eravamo tutti messi allo stesso modo: completamente fusi dalla stanchezza. Comunque non l’abbiamo seguito, abbiamo aspettato che si accorgesse che era il bagno e quando è uscito ci siamo messi a ridere.
A quel punto ci siamo rifugiati nella suite della SFWA, nella camera, dove c’era già gente seduta sul letto, su una poltrona e sul lungo comò. Ci hanno fatto spazio sul bordo del letto e lì ci siamo seduti.
Io ero proprio di fianco ad Harry “Doc” Kloor, sceneggiatore e regista di Hollywood, che aveva fatto parte, con sua moglie, del nostro gruppo capitanato da Mike. Ci siamo messi a chiacchierare, ero curiosa di sapere qualcosa del suo ultimo film Quantum Quest: a Cassini Space Odissey, poi è saltato fuori che gli era piaciuto molto il mio discorso sugli artisti che disegnano le cover dei libri (così ho scoperto che era presente al primo panel), infine abbiamo concluso con una disquisizione sui vari interpreti del Dottore, in Doctor Who ovviamente.
Avrei parlato volentieri di Star Trek se avessi saputo che aveva scritto quattro episodi di Star Trek: Voyager, ma forse è stato meglio così: a quell’ora avevo dei cali di concentrazione micidiali e faticavo sia a tenere sia ad ascoltare le conversazioni in inglese.
Abbiamo visto il nostro letto solo verso le tre di notte, come la notte precedente, ma ci eravamo stancati di più. Me ne sono accorta il mattino successivo.
 

Domenica 2 settembre (Luigi)

Luigi, Debora e Alan Dean Foster Luigi, Debora e Alan Dean Foster Copyright © 2012 Volmer Guaitolini
Si preannuncia una giornata dura. Perché, se è la prima in cui non devo tenere panel? Eh, perché è la giornata clou: molta gente in giro, e alla sera gli Hugo. Rileggo i nomi riportati sul mio foglietto del mattino: diciassette, tanto per darvi un'idea del mio programma della giornata, che comunque poi durante il dipanarsi degli eventi è cambiato in più e in meno, ma soprattutto in più.
Sostanzialmente, significa gran corsa fino alle cinque del pomeriggio. L'unico attimo di pausa che sono riuscito a concedermi è stato il pranzo con Bob Silverberg e sua moglie Karen Haber, come al solito deliziosi.
Luigi e Daryl GregoryLuigi con Daryl Gregory... e il libro Pianeti di Parole Copyright © 2012 Marina Perrotta
Ecco, negli avvenimenti fino alle cinque segnalo in particolare l'incontro con Daryl Gregory, autore che sono stato il primo a pubblicare in Italia (sì, l'ha pubblicato anche Fanucci: ma Fanucci l'ha pubblicato dopo :-) Una piccola soddisfazione ogni tanto si riesce a togliersela. Per il resto... che dire? Sono stati tanti.
Dalle 17 alle 18 sono riuscito a riposarmi gironzolando qua e là, quindi cena. Una cena leggera e anticipata, per essere pronti agli Hugo.
Gli Hugo: intanto, non aspettate all'ultimo a prendere posto. Per fortuna avevo la medaglia con il pass-stampa, perché già alle 19 la coda era notevole. La sala avrà contenuto forse 800 o 1000 persone, e i partecipanti alla convention sono stati oltre 6000. Vero che c'era anche chi non era interessato alla cerimonia di premiazione, ma immaginate un po' voi se è possibile che tutti quelli interessati siano riusciti a stare nella sala...
Diciamo che siamo entrati verso le 19:40. Il posto era buono, ma non come alla mascherata, perché le prime file erano riservate ai finalisti e ai loro familiari. Sulle poltrone troviamo il libretto con il programma dell'Hugo, che mi sarà utile anche il giorno successivo per farmelo autografare (ebbene sì, alla fine della cerimonia di premiazione ne ho presa qualche copia in più lasciata da chi non era interessato al souvenir).
Si comincia con i soliti discorsi introduttivi. Il "toastmaster", il presentatore della serata, è John Scalzi. Prima tocca ai premi "minori": il premio Big Heart, presentato da Dave Kyle, e il Chicon 7 Special Committee Award, presentato da Dave McCarty.
Quindi per alcuni minuti scorrono sul grande schermo gli In Memoriam, ricordo dei protagonisti del mondo della fantascienza scomparsi durante l'ultimo anno. Non essendo questo un resoconto giornalistico, posso permettermi di citare qui soltanto chi voglio io: tra gli italiani sono stati nominati Vittorio Curtoni e Carlo Fruttero. Purtroppo, a riprova del fatto che la SF italiana negli USA non è conosciuta, per loro solo i nostri applausi... Poi tocca al premio John W. Campbell per i migliori scrittori esordienti, e finalmente si passa agli Hugo.
La piramide degli HugoLa piramide degli Hugo Copyright © 2012 Luigi Petruzzelli
La "piramide degli Hugo" è molto suggestiva: sul palco, ben illuminati per fornire loro il dovuto risalto, si stagliano le mitiche statuette con il razzo che sarebbero di lì a poco state distribuite. John Scalzi si lancia in un esilarante siparietto che esemplifica le reazioni dei candidati al premio Hugo in tutte le sue fasi. E poi ci siamo.
Le prime categorie, con tutto il rispetto per i finalisti e i vincitori, non mi interessano più di tanto: io sto aspettando quelle più "cicciute", dove tra l'altro ho alcuni amici o conoscenti in finale e qualche piccola speranza che ce la possano fare esiste. E poi, ero curioso: nelle categorie in cui avevo votato, avrebbero vinto i "miei" preferiti? Come si rivelerà alla fine, in qualcuna sì.
I vari vincitori trasformano a loro volta la consegna del premio e il discorso che ne segue in un piccolo spettacolo, chi più chi meno. La cosa più noiosa sono i ringraziamenti, che alla fine per me risultano stucchevoli. Va bene, poco ci mancava che anch'io nel primo libro che ho pubblicato (come autore, non come editore) ringraziassi il cuoco della mensa che, nutrendomi, mi aveva consentito di avere l'energia per continuare a scrivere, ma dopo un po' stanca.
Eccoci alle categorie che mi interessano: racconto breve (con in gara Resnick), racconto lungo (con in gara Brad Torgersen e Geoff Ryman), romanzo breve e romanzo. Uff, niente da fare per gli autori citati poco sopra. Peccato: nella prossima convention però potranno fregiarsi della medaglia di "Hugo Loser" e stasera stessa parteciperanno all'esclusivo party dei perdenti Hugo.
Quindi si possono scattare le foto ai vincitori. Ne faccio una sola, tanto sono foto così generiche che si possono trovare tranquillamente da altre parti. La cerimonia si conclude intorno alle 22:40. Siamo stati seduti in quella sala per circa tre ore.
Piccola nota: scopro il giorno successivo che la diretta web della cerimonia è stata guastata da un maledetto bot che, accortosi che il sito della Chicon stava trasmettendo trailer o piccoli spezzoni di film e telefilm (ebbene sì, c'erano anche le premiazioni di questo genere di opere), convinto che non avessero titolo per farlo (e invece l'avevano, pare) sega la trasmissione web senza chiedere niente a nessuno. Lascio a tutti voi una riflessione su questo fatto, riportato anche dai telegiornali della mattina di una TV di Chicago che seguivo (toh, ancora una volta lo stesso interesse per la SF che c'è in Italia... no?); comunque la cerimonia completa è stata resa pubblica e scaricabile, spezzoni compresi, circa una settimana dopo.
Stasera, pochi party: immagino che vincitore o perdenti degli Hugo non abbiano molta voglia di darci retta, e così stiamo a chiacchierare in giro per feste meno di un'ora. E, lo confesso, inizio a essere un po' stanco. Quindi a nanna presto, poco prima di mezzanotte.
 

Lunedì 3 settembre (Marina)

Oggi è l’ultimo giorno della convention. Ci troviamo nella hall con Debora e Volmer e scopriamo che poi hanno anche loro dato forfait non partecipando a nessuna festa ma crollando inesorabilmente nel letto.
Ci ridiamo su, non abbiamo più l’età e decidiamo di rimanere a goderci gli ultimi incontri della mattina.
Debora con G.R.R. Martin Debora con George R.R. Martin, l'attore Ron Donachie... e il premio Hugo Copyright © 2012 Volmer Guaitolini
Partecipiamo a qualche panel, acchiappiamo gli autori rimasti per gli autografi dell’ultimo minuto.
Gironzoliamo tra i rivenditori a caccia di pezzi unici.
Al solito ristorante Luigi prova ad assaggiare la jambalaya, una sorta di paella più piccante. Appetitosa.
Io voglio farmi del male e allora ordino della pasta.
Vi dirò, lasciando perdere il sugo, che era composto da due bistecche insalsettate e piazzate sopra una piramide di tagliatelle, la pasta non era poi così male, o forse è solo la crisi di astinenza da pasta che me la fa sembrare tale.
Nel tardo pomeriggio usciamo a comprare un po’ di gadget da riportare in Italia ad amici e parenti.
Bella passeggiata per le vie di Chicago tra negozi di souvenir. Siamo di nuovo turisti e scattiamo ancora qualche foto qua e là.
Al ritorno in albergo assistiamo allo smontaggio delle strutture della convention e alle partenze delle molte persone intervenute e questo mi mette un po’ di tristezza. Domani partiremo anche noi, mentre Debora e Volmer rimarranno fino a domenica.
Tornando in camera cominciamo a preparare le valigie e fatichiamo non poco a infilare dentro tutti i libri e il materiale raccolto.
Le cose da riportare a casa sono così tante che alla fine un paio di mie scarpe non entrano e sono costretta a lasciarle lì. Cosa non si fa per la cultura...
 

Martedì 4 settembre (Volmer)

Debora, Jo Walton, Luigi Debora, Jo Walton - vincitrice del premio Hugo per il romanzo - e Luigi Copyright © 2012 Volmer Guaitolini
La mattina dopo finalmente felici e riposati potevamo gironzolare per gli ultimi acquisti e, grazie al mio occhio di falco, fare due chiacchiere con la vincitrice del premio Hugo per il miglior romanzo, Jo Walton.
Siamo arrivati alla fine di questa esperienza bellissima e incredibile, vivendo avventure da telefilm ma soprattutto divertendoci da morire, grazie quindi a Luigi, Marina e Debora e... se volete, io ci sono anche per il Texas, a San Antonio!

 
 

 
Il copyright © 2012 appartiene agli estensori del presente articolo e, per le immagini, di chi ha scattato le foto. I dettagli sulle singole parti e foto si trovano nell'articolo qui sopra.



Ultimo aggiornamento 2012-10-28