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A N T E P R I M A    D E L L ' A R G O M E N T O
syllon Inviato - 14/08/2010 : 01:05:59
L'editor aveva telefonato alle sette di sera. Con quel suo tono strusciante, che a lui faceva venire in mente un cobra a cui una misteriosa divinita' orientale avesse dato il dono della parola, gli aveva detto che voleva, anzi, esigeva l'ultima novella per la raccolta di halloween alle nove del giorno dopo, sulla sua scrivania. La raccolta sarebbe dovuta andare in stampa fra meno di una settimana, ragion per cui era stato piuttosto perentorio. Tanto per usare un eufemismo.
Cosi' accese il suo portatile, abbasso' la luce della lampada e fisso' il chiarore lucente del foglio elettronico. Niente. Solo formicolii strani e sanguigni davanti alle pupille strette come due microscopici imbuti. Era quello il famoso, maledetto, blocco dello scrittore?
Aveva bisogno di atmosfera. Rilassandosi sulla poltroncina di plastica dura, penso' che un temporale sarebbe stato perfetto. Uno di quelli terribili, che da bambino lo facevano correre a nascondersi sotto il letto o fra le coperte di sua madre. Quelli che lo affascinavano e lo spaventavano contemporaneamente. Come la volta in cui si trovava in campagna, a casa dei nonni. Si era allontanato dalla fattoria e aveva preso un sentiero in salita, preso da spirito d’avventura. D’improvviso si era acceso l’inferno: fulmini che scoppiavano come raggi della morte accecanti, o simili a fiamme elettriche uscenti dalle bocche di oscuri mostri informi, a cui assomigliavano le nubi cariche di pioggia. E lui che urlava di spavento e a tratti rideva divertito, come uno schizofrenico appena uscito da un manicomio, al suo primo contatto con la liberta'.
La pagina bianca gli fece definitivamente arrossare gli occhi. Quanto tempo era stato li' a mordersi il labbro inferiore ascoltando il suo respiro leggermente rauco e il monotono ticchettio del falso pendolo a muro?
Poi, improvvisamente, ecco il miracolo: un tuono, i vetri che tremarono, vento e pioggia che iniziarono a battere sugli infissi, fra le tegole del soffitto e sulle lamine di metallo del sottoscala, resi roboanti come tamburi cinesi.
Sembravano essersi aperte del tutto le cateratte del cielo.
E lui inizio': “I lampi squarciavano il firmamento...”
Subito un flash stroboscopico, seguito da un altro tuono assordante, gli rispose.
“...e il vento fece scricchiolare una porta.”
Di la', avverti' il leggero, quasi ovattato stridore di una delle ante che separavano il corridoio dall'ala est dell'edificio.
Ora cominciava a divertirsi. Scoppio' a ridere. Sembrava che un potere misterioso si fosse impossessato dei suoi polpastrelli.
“Poi, passi striscianti nel corridoio...”
Stavolta un brivido gli gelo' la pelle. Fu come se un rapido gli avesse attraversato il corpo come un ectoplasma: aveva avvertito un suono gracile provenire da dietro la parete che faceva da schermo ai suoi voli pindarici e alle sue oniriche scenografie a occhi aperti.
Gli parvero decisamente dei passi.
Ed era solo, in quella casa, da due anni.
Li aveva avvertiti in modo nitido, anche se lievi...
...striscianti.
Si alzo' di scatto e fisso' la porta semichiusa che dava sul corridoio, col fiato che adesso assomigliava al gemito ripetitivo di una vecchia bambola parlante dal meccanismo guasto.
Si mosse lentamente fino a sporsi dalla cornice dell’uscio.
Attraverso l'oscurita', rotta solo dal riflesso luminoso della lampada elettrica del suo studio, intravide la porta in fondo al corridoio. Dava su un vecchio soggiorno, di quelli con poltrone di pelle di camoscio e un caminetto ormai ridotto a una forma ornamentale. Quell’ambiente lui non lo usava mai, percio' la porta restava sempre chiusa. Era aperta. Un lampo ne illumino' l'interno: non vide nulla, tutto appariva normale, come sempre.
Accese la luce in corridoio, ma la lampadina emise un forte sfarfallio e mori' fulminata.
Sposto' il suo corpo in avanti con circospezione, rasentando la parete in direzione della stanza e, arrivato verso la meta' del corridoio, si fermo' di colpo. Nel buio quasi totale aveva avvertito qualcosa. Una presenza.
Per un attimo fugace, fu come se non stesse piu' li'. E come se lui non fosse piu' lui. Gli parve che il suo battito cardiaco fosse scomparso. Non si era fermato: piuttosto, ebbe la sensazione che non fosse mai esistito.
Che non fosse mai stato vivo. Il panico gli bagno' la fronte di goccioline glaciali e questo lo fece tornare in se'.
Ripresosi dallo sbigottimento, respiro' a pieni polmoni e la sua vescica tento' di inondarlo di getto, come se avesse ancora quattro anni e il pollice intenerito dalla saliva. Riassaporo' lo stesso tipo di spavento.
Torno' sui suoi passi, di corsa, raggiunse il computer e batte' freneticamente, col respiro corto e il cuore che pareva voler saltar fuori dal torace con un guizzo: “Era il gatto, era il gatto, era il...”
Il miagolio di Marcia, la sua persiana, lo blocco'. Si lascio' cadere sulla sedia espirando come un mantice a ventosa. La gatta gli salto' sulle ginocchia e si mise a fissarlo languida, coi suoi strani occhi perlacei. Fece per accarezzarla, ma tronco' il gesto restando con la mano a mezz’aria: Marcia aveva emesso una specie di rantolo da gelare il sangue nelle vene. Poi, lentamente, si mosse come volesse fare le fusa, invece sbadiglio' due volte e, con una voce sottile e rauca simile a quella di un orco nano, gli disse: «C'e' qualcuno di la'. Non era meglio prendere anche un cane da guardia?»
E subito dopo, scoppio' a ridere come una strega uscita di sana pianta da una fiaba di sapore antico.


A.F.D.

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