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Milland
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Inviato - 29/01/2011 :  10:57:52  Mostra profilo  Visita l'Homepage di Milland  Cita e rispondi
Mi scuso con tutti per il ritardo con cui presento un testo promesso molti mesi or sono. Varie vicissitudini, tra cui una recente lunga malattia, mi hanno impedito di definirlo adeguatamente in tempi accettabili. Spero che la fretta con cui alla fine ho trovato le forze per affrontarlo, nonche' i tagli effettuati, non ne abbiano compromesso equilibrio e comprensione. Questo dunque e' un appello all’indulgenza del lettore alla quale conviene sempre appellarsi.
Colgo l’occasione per augurare a tutti un felice anno 2011.

AVATAR, il film

Una prima sorpresa: l’assenza alle porte del cinema della lunga coda paventata. Neppure dentro molta gente. Una dozzina di persone al massimo. Che sono poi diventati diciotto, contati uno per uno, nel corso della proiezione. Pochi, considerando la bufera mediatica che ne ha accolto l’uscita. Pochi anche considerando i mesi che sono trascorsi dall’uscita. Solo i pigri ritardatari del mio stampo sono presenti. La massa degli “utenti”, probabilmente anche a causa dei dieci euro del biglietto, senza sconti ne' per studenti ne' per anziani, sazia dalla profusione di commenti altrettanto che dalle belle scene gia' godute, ha smesso di tornare a vederlo.
Ammetto che la constatazione mi inquieta.
Siedo a aspettare l’inizio della proiezione roso dal timore di essere incappato in una delle tante bufale mediatiche che contribuiscono a allontanare dalla lettura o dal cinema sempre piu' persone (il che sembra essere lo sport preferito da chi si occupa professionalmente di Fantascienza): si grida al lupo al lupo (al capolavoro) e si finisce per non essere piu' creduti quando il lupo (il capolavoro) effettivamente arriva.
I timori cessano non appena sullo schermo si affacciano le prime immagini del film. Si tratta effettivamente di un ottimo lavoro, che lascia un buon gusto in bocca, cibo leggero preparato da un cuoco di qualita', all’altezza delle vociferazioni sulla sua appetibilita', valido di per se' e non per le pur sorprendenti e apprezzabili innovazioni visive, frutto di tecnologie avanzatissime che puo' sfoggiare. Caratteristica questa ultima con la quale impropriamente e riduttivamente si e' voluto stuzzicare l’appetito delle genti. Non sono gli effetti speciali, la profondita' delle immagini che sembrano venirti addosso ecc., a costituire il valore aggiunto del film, ma la storia e i personaggi attraverso i quali e' promossa. Si tratta del solito tema, appena appena rispolverato, che lo spettatore ama e amera' sempre gli si racconti : i buoni contro i cattivi, con (improbabile) vittoria finale dei buoni sui cattivi. A far da corollario, vero valore aggiunto, la bellezza delle scene, che espongono tesori di inventiva prospettica e grafica.
Questa considerazione ne produce subito un’altra: la riflessione, che approfondisco ora davanti al nudo foglio di carta, sul rapporto speciale che il cinema ha con la tecnologia, speciale anche rispetto all’altra forma d’arte che ne e' massicciamente influenzata, l’architettura. Il cinema oltre a imparentarsi con e servirsi della scienza ne e' pure espressione, quasi voluttuoso abbandono al veemente sviluppo dei ritrovati tecnologici realizzati dall’ottocento in poi. Che lo favoriscono, ma anche l’espongono a influenze perniciose. L’innovazione di cui si nutre, alias il meccanicismo tecnologico, essendo la tecnica, come noi la conosciamo, la risposta diretta alle esigenze della produzione di massa, porta con se' il messaggio, seducente e persino cogente, della potenza delle macchine, che e' essenzialmente ripetizione e riproduzione; un messaggio il cui successo segna il senso comune dell’epoca in cui viviamo. Nella produzione di un film e' sempre latente dunque uno scontro tra reiterazione e creativita' artistica, che e' facile si risolva nella sconfitta di quest’ultima. Le preoccupazioni in merito, preoccupazioni non prive di fondamento ma sbandierate non sempre a proposito, sono ormai legione. Costretto entro i confini delle enormi potenzialita' dell’elettronica la spinta creativa dell’uomo, che ne e' pure stimolata, spesso sfuma nel suo opposto, nella ripetizione delle stesse idee, nelle piccole variazioni sul tema, nel medio del mediocre e nella copia piu' o meno conforme. Possiamo constatare l’avanzare di questa che pero' e' solo una possibilita' negativa, dalla pratica di delegare alle macchine, ad esempio, la memoria o la capacita' di calcolo. L’esistenza delle macchine diventa in questo modo un alibi per coltivare la pigrizia, con la funesta conseguenza di impoverire facolta' acquisite tramite enormi, millenari sforzi culturali.
L’oscura consapevolezza dell’oggettivita' di tali pericoli ha indotto sin dall’inizio la pratica filmica a (tendenzialmente) cercare rifugio nel ricorso al fantastico e al favoloso (la Fantascienza e' stata la cifra preferita dei primi esperimenti filmici), elementi che apparentemente comportano maggiore creativita' e offrirebbero quindi una qualche tutela contro il piattume della societa' dei tempi medi e dei semafori. Sappiamo che non e' vero.
La difesa non e' nel genere, ma nell’approccio, nel porre la creativita' al primo posto. La creativita' e la capacita' di evocarla (che occorre sia perseguita). In questa ottica qualsiasi tecnica (narrativa) o tecnologia (strumento) e' mero mezzo, arma sempre pericolosa da maneggiare proprio a causa delle “facilitazioni” con le quali seduce. Se quel che si vuole e' inventare, allora puo' diventare un buon sussidio dell’uomo (altrimenti costituisce un peso). L’individuo creatore puo' trovare sempre qualche mezzo per piegare la macchina, il macchinismo e il meccanico alle sue esigenze; ne puo' evitare le trappole; imporre i propri ritmi. A costo di ritornare piu' volte sulla stessa pagina, sulla stessa immagine, sulla stessa scena. La facilita' con cui, a esempio, scrivo questa scarne righe, puo' indurmi a bearmi delle facilitazioni del word processor e indurmi alla faciloneria; ma anche offrirmi la possibilita', negata agli utilizzatori delle vecchie Lettera 22, di investire energie supplementari per curarla e definirla meglio. E per cancellare e riscrivere a mio piacimento finche' non assume la forma migliore.
Occorre per altro notare che la possibilita' o meno di accettare o subire la dittatura dello strumento, valutando e sfruttando le possibili convenienze, e' offerta esclusivamente al singolo, essendo per il genere in se' una sicura limitazione. Le caratteristiche espressive dell’artista, preso in un suo determinato momento creativo, possono bene permettergli di rovesciare i rapporti (servirsi del mezzo e non asservirsi a esso); la preminenza dello strumento nell’ambito complessivo di una determinata forma d’arte comporta un progressivo assoggettamento di quest’ultima alla logica dello strumento medesimo, diventando abitudine, cappa di piombo che puo' condurla persino alla morte. Ne e' un esempio tanta arte del Novecento, vittima della propria inclinazione per le tecniche espressive (anch’esse diventate fine e non piu' mezzo: la forma che divora il contenuto); o la stessa Fantascienza, uccisa anche dall’eccessivo indugiare nel cercare i propri contenuti nel nuovo tecnologico, ritenendo di potersene far ispirare, subendone invece le limitazioni; nonche' dalla contaminazione con il genere fantasy (e horror, splatter ecc.) il quale ruota intorno a poche costanti narrative, o meglio a un unico meccanismo narrativo che si avvale di pochi e scarni elementi, e sempre quelli (il tipo di racconto la cui costruzione si puo' bene affidare a un computer); contaminazione che pero' in determinati autori (Esempio Piers Anthony, in una suo testo almeno, “Il Grande Cerchio”) e' sfociata nella vera e propria eccellenza (come volevasi dimostrare).
Nel primo caso, appiattimento sul nuovo tecnologico, la corsa verso il disastro e' garantita. La Fantascienza infatti ha solo marginalmente a che fare con la scienza (un po’ piu' con l’aspetto tecnologico della scienza), la sua vocazione essendo quella di speculare sulle conseguenze sociali, filosofiche, psicologiche e destinali dell’umano determinate dai prodotti del suo ingegno. Lasciandosi fuorviare dall’autodefinizione, con la conseguenza di appiattirsi sugli aspetti importanti ma secondi e trascurare quelli centrali, una volta che sia sfumato l’incanto delle meraviglie fornito dalla prima irruzione dei ritrovati tecnologici, non lascia altra possibilita' che il ricorso al bizzarro, alla valorizzazione dell’oggetto in se', alla pigrizia intellettuale che consiste nel sostituire l’emozione olistica che scaturisce dalla vicende umane, tendenzialmente eterne, con la provvisorieta' di un determinato momento storico in cui quel che conta e' cogliere cio' che “va” ed e' sperimentato e non cio' che dura ed e' tutto da costruire. In buona sostanza, l’aspetto esteriore fa agio sulle tendenze di fondo, tendenze che dovrebbero costituire l’asse portante di ogni vera narrativa.
Anche questa pigrizia, mantenersi sulle strade gia' battute, negligente imitazione di una quotidianita' che si ripete instancabilmente (nonostante si proietti in avanti senza sosta) e' indice, oltre che del nefasto assoggettamento alle esigenze del “profitto” o meglio del “superprofitto” (i problemi economici non possono essere certamente ignorati, ma e' rovinoso lasciare diventino l’unica misura di tutte le cose), e' indice dell’effetto di ritorno del dominio del meccanico-tecnologico sull’uomo. Chi cammina poco, cammina ancor meno. Chi inventa poco lentamente smettera' di inventare.
Alla lunga percio' tutto si paga e tutto si compensa. Il risparmio energetico effetto del ricorso ai mezzi che producono comodita', madre di tutte le pigrizie, si paga con altrettanto perdita di energia sul piano dell’efficacia, della pregnanza, del valore.

Questa riflessione dovrebbe aiutare (lo spero) a indagare il motivo per cui un gran numero di film che utilizzano il canone fantascientifico, o a questo sono ispirati, approdano generalmente a risultati mediocri o di nessun interesse (vi approdano molto piu' facilmente di quanto non accada per la Fantascienza scritta). Essendo il vero interesse (la sua capacita' di coinvolgere) dislocata sul pensare mitico, il pensare le utopie, lo spaziare sui millenni, sui Grandi Temi e sui problemi inerenti la Vita e la Morte, La Giustizia e l’Ingiustizia, l’Amore e l’Indifferenza. Il Creatore e la Creazione.
I luoghi comuni tecnologici o di presunta natura tecnologica all’opposto (l’omino verde e il mazianino con le orecchie a punta, o le antennine, del quale non posso sconsigliare l’iso – invoco solo prudenza - perche' e' sfacciatamente mio – vedi “Oniricon”) che garantiscono nell’immediato buoni margini di profitto, fanno terra bruciata intorno al genere. e' facile allora capire perche' il cinema (salve qualche capolavoro) abbia prodotto il peggio immaginabile, inferiore persino ai famigerati cinepanettoni il cui affondare nel fango della mediocrita' sembra non avere mai fine, proprio quando ricorreva alla migliore materia, alla piu' adatta alla sue modalita' espressive. La mediocrita' deprime l’ambito in cui si manifesta; e uccide anche se si manifesta in connessione al “romanzo scientifico di avventure”.
Il perche' complessivo di queste scelte va pero' ben di la' di un discorso sulla pigrizia e le seduzioni del tecnologico (elevato a strumento espressivo dominante) che ho appena formulato. e' un discorso che coinvolge i “ritardi” culturali della societa', che ritiene di poter prendere sottogamba il genere Fantascienza, volendo servirsene senza concederle nulla; va di la' dai limiti intellettuali di chi se ne occupa in questo scritto; di la' dalle stesse esigenze di mercato, anche queste appena accennate. Un aldila' che mi guardero' bene dall’affrontare. Bastera' ribadire che essendo il cinema fondamentalmente immagine e ricostruzione integrale della realta' (immagine piu' ricostruzione, cioe' fantasia), trascurare questa coppia significa programmaticamente condannarsi a dare il peggio di se stessi. Che essendo la Fantascienza essenzialmente pensiero altro, ha bisogno di pensieri altri diffusi per potersi concepire.
e' proprio per non aver trascurato il rispetto di questa coppia (immagine+fantasia) che Avatar riesce a evitare di cadere nell’insignificante di tanti altri film dislocati piu' sull’azione che sulla riflessione. Merito della professionalita' dei suoi autori, certo; un merito che pero', occorre sottolinearlo, si fonda su un buon essenziale: l’eccellenza delle immagini e la coerenza delle sequenze narrative in cui sono inserite (semplici, eppure credibili). Che poi e' data dalla dislocazione fantastica in un mondo distante (ricostruito con cura meticolosa) ma non abbastanza distante da non riconoscerlo come nostro, parte della nostra storia, di cio' che conosciamo e che solo esteriormente abbiamo rifiutato. Semplicita', anche, certo. Ma e' una semplicita' che fa bene al cuore perche' non si permette mai, a differenza di altri lavori simili, di approdare al semplicismo. Mai usa gli “effetti speciali” per risparmiare l’inventiva, la cura dei dettagli, la coerenza interna che anche il prodotto piu' ludico esige per non precipitare nell’abisso della noia. Nel successo subito e nella dimenticanza subito dopo.


Il pensiero successivo, mentre scorrono piacevolmente le immagini, e' proprio dato dalla constatazione che l’essenziale di cio' che AVATAR ha da offrire sia stato individuato prevalentemente nella meraviglia del “tridimensionale”. Poiche' la vicenda si snoda, pur presentando la solita veste che tanti affascinanti testi ha prodotto nel periodo aureo della Fantascienza (trasposizione del western e dell’avventura esotica negli spazi interstellari), appare altro. Appare non solo una certa abilita' e accortezza nello svolgimento della vicenda (ritmo narrativo, consequenzialita' negli eventi, coerenza di questi alle premesse poste ecc.), ma anche che tenta, sia pur timidamente, di dire qualcosa sull’uomo e sulla condizione umana; che accetta umilmente di far sua l’esperienza delle grandi lotte di liberazione nazionale che hanno caratterizzato il Novecento; e che infine riesce a porre la vicenda del protagonista quale centro funzionale (non semplicemente descritto come tale) e motore vero del racconto: un racconto che mette molto in gioco, il problema della liberta', della violenza degli oppressori, della passione e della morte, anche se non scava in questi temi piu' di tanto, non essendosi assegnato quale compito principale quello di scavare, ma quello di offrire due ore abbondanti di evasione, compito a cui assolve brillantemente. I paesaggi e gli ambienti proposti, in un triplo bucolico, favoloso e terrorizzante, completano l’impatto positivo che corregge ogni riserva iniziale. Esso ne e' solo la cornice di freschezza e verosimiglianza ideale.
La “fotografia” dunque e' il pezzo forte del film; il che, considerato che il tutto e' una ricostruzione mentale, implica anche sottolineare, a parte della gia' detta professionalita' (che si nota nella cura dei dettagli), la capacita' di inventiva di coloro che hanno collaborato a crearlo, unita alla volonta' di abbandonarsi alle dolcezze degli auspici su un mondo diverso capace di far decollare la fantasia, un mondo in cui il meglio effettivamente possa trionfare; e l’abbandono al sogno bello e rilassato dell’avventura e dell’evasione dal tritume quotidiano. La sovraesposizione di cio' che costituisce l’essenza del film, la finzione, qui risulta (giustamente) moltiplicata. Non si tratta solo di ricostruire “gli ambienti” in cui dar luogo agli “eventi” mi di costruirli ex-novo, di immaginare una ecologia e di trovare i mezzi idonei a rappresentarla. E che sia una ricostruzione tale che ai nostri occhi faccia scomparire la separazione (tutta intellettuale, frutto integrale dell’intelligenza aristotelica) tra i due; faccia si' che gli ambienti siano gia' gli eventi dei quali sono riempiti. e' come far l’amore (non semplice sesso). I due che diventano uno.
Di la' dagli aspetti formali poi, credo si possano e debbano apprezzare anche i contenuti ideologici, sui quali e' opportuno spendere alcune parole. Ogni opera che goda di un qualche successo, per quanto artisticamente mediocre, per quanto la si voglia definire un “polpettone”, lo deve proprio alla presenza di questi ultimi, cioe' gli ideali che lo percorrono, i sentimenti elementari che li animano, gli archetipi che magari neppure tenta di nascondere. Di alcuni ho sentito parlare, altri invece, vedi la presenza di aspetti mistici-esoterici (che sono la parte piu' sorprendente e degna di riflessione del film), quale la dialettica tra vecchio che muore per poter lasciar nascere il nuovo (il tema degli Avatar e del come il dualismo umano-alieno puo' essere risolto), o il tema del Predestinato riconosciuto dai segni (una sorta di stimmate esteriori a lui, stimmate vegetali) che lo definiscono come tale, sono stati forse un po’ trascurati. Ma vedi anche la presenza di un tema, quello degli Avatar, di squisita ascendenza dickiana, che rimanda a una visione della realta' i cui contorni sono definiti di volta in volta, a seconda dello stato di veglia o di sonno del protagonista. Se dorme (e, passo azzardarmi? quando sogna) e' un nobilissimo indigeno, forte e leale; quando veglia e' un qualsiasi terrestre, vittima della doppia prigione del corpo e della volonta' altrui (che lo blandisce e lo ricatta). Naturalmente, dato il tipo di racconto e la necessita' interna che lo muove, e' il sogno che finisce con il trionfare. Non piu' vittima dei condizionamenti esterni, il protagonista scopra la sua propria verita', quel che e' effettivamente dentro (e che ognuno aspirerebbe diventare) e attraverso questa verita', dopo una lunga lotta con le difficolta' poste sul suo cammino, accede alla vera dimensione umana, quella in cui ognuno, qualunque sia la sua condizione, e' padrone in casa propria, nel suo interiore padrone di se stesso.
Un’opera positiva, dunque. Contro la quale si puo' dire soltanto che non apporta nulla di nuovo dal punto di vista dell’evoluzione Fantascientifica. Non mette in campo, come, per fare un esempio, e' stato dei Mercanti dello Spazio, di Phol; o dei testi di Ballard, tematiche e modi di affrontarle che segnarono un’epoca (anzi, diedero il via a un’epoca). Chiunque abbia frequenza abituale della fantascienza non vi trovera' infatti nulla di cui particolarmente meravigliarsi, anche se qualcosa di cui godere.
C’e' pero' da riconoscere che puo' lasciare un senso di benessere dentro; che lo si puo' vivere con sollievo (cosi' ammetto di averlo vissuto). Per quasi tre ore inchiodato alla poltrona, non mi sono minimamente stancato. Non ho voluto essere altrove, come avviene per la maggioranza dei film di Fantascienza. Questa positivita' e' da attribuire non tanto al sollievo del lieto fine, d’obbligo in questo tipo di lavori, ma alla dimensione fresca, persino ingenua dei personaggi; al sollievo per la loro leggera umanita', la volonta' di perseguire il bene (e lo perseguono perche' lavorano per se', non contro gli altri) e il coraggio con cui perseguono i loro obiettivi. Elementi sempre piu' difficili da trovare nelle storie narrate, in quanto sempre meno presenti nella realta'. Sempre meno presenti nel cuori degli uomini. Quel che veramente conta nel panorama sconfortante dell’oggi, sono i dane' e solo i dane'.
Cioe' l’esibizione smodata del potere che l’averli rappresenta.


Milland

Giovanni Mongini
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Inviato - 29/01/2011 :  11:46:47  Mostra profilo  Visita l'homepage di Giovanni Mongini  Cita e rispondi
Anche io mi scuso con te per questo intervento: La tua e' una bella e profonda pagina di critica, nulla da discutere, ma permettimi un piccolo rilievo che non riguarda solo te ma tanti altri che forse non vi pensano: dove e' un accenno anche paeziale di trama? scusa ma io non l'ho trovato e con me un mio amico a cui ho fatto leggere il tuo testo (un giornalista di Nocturno). Secondo me il lettore deve sapere almeno un poco di cosa si sta parlando perche' se lo chiede e non si puo', sempre secondo me, partire dalla presunzione che tutti abbiano visto cio' di cui parli.
Non ci credi? Guarda, fino a poco tempo fa mia moglie, a cui piace il cinema, per un sacco di circostanze non aveva ancora visto "Via col Vento". Io in genere non metto mai lingua in questo cose ma ho visto un talento a cui manca appena una briciola per essere perfetto.
Scusami, ma complimenti.

Giovanni Mongini
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Milland
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Inviato - 29/01/2011 :  23:06:30  Mostra profilo  Visita l'homepage di Milland  Cita e rispondi
Ti ringrazio tantissimo del rilievo. Quanto osservi e' giusto: ho dato per scontato quel che scontato non e'. Che Avatar sia stato visto da tutti proprio non e' possibile. Ma e' un mio difetto, questo, lo confesso, iniziare a ragionare sulle cose prima di averle esposte. Lo stesso errore l'ho commesso l'hanno scorso durante la prersentazione di "Come Ladro di Notte". Per fortuna il li' prsente buon Lippi mi ha subito rimesso in riga!
Spero nel futuro di tenere in maggior conto la necessita' di partire dal "fatto" prima di inoltrarmi nelle questioni di "diritto".
Grazie anche per il garbo adoperato, ho apprezzato anche quello.
A parte i ringraziamenti, un saluto affettuoso.

Milland
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Giovanni Mongini
Utente junior

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Inviato - 29/01/2011 :  23:19:08  Mostra profilo  Visita l'homepage di Giovanni Mongini  Cita e rispondi
E io, amia volta, ti ringrazio per non aver frainteso il mio intervento e di non aver creduto che io abbia voluto salire in cattedra. Non lo faccio mai, almeno spero. Io non sono un critico ne' voglio esserlo mi sono sempre definito come un buon maestro di campagna che spiega e trova gli elementi primi sul quale voi critici dovete e dovreste lavorare. Il mio parere e' sempre stato quello che per essere dei buoni critici e cioe' prima di passare all'universita', bisognerebbe fare un poco di elementari. A quello penso io, a voi volare sulle ali della disamina. Se ho minimamente contribuito a fare di un critico criptico un buon critico che sia anche chiaro e semplice in modo che possa raggiungere tutti, io ne sono contento. A me va bene cosi'. Lunga vita e prosperita' e, naturalmente, buon lavoro. Giovanni Mongini

Giovanni Mongini
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Milland
Moderatore

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Inviato - 30/01/2011 :  10:21:36  Mostra profilo  Visita l'homepage di Milland  Cita e rispondi
Se non impariamo a parlarci e a TENTARE di capirci, la fantascienza e noi con essa non faremo mai quel passo in avanti in grado di farci uscire dalle secche nelle quali attualmente stiamo languendo.
Ciao

Milland
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syllon
Utente ordinario

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Inviato - 30/01/2011 :  14:01:17  Mostra profilo  Cita e rispondi
Quoto quasi tutto l'articolo (e quoto pure l'obiezione di Giovanni). Perche' quel "quasi"? Perche' non concordo del tutto sul ruolo della tecnologia. Senza quest'ultima certi film come lo stesso Avatar, oppure Tron, non sarebbe stato possibile girarli. Oggi si possono relegare al grande cinema testi che, prima, solo un buon film d'animazione poteva rendere (vedi "Il signore degli anelli"). Se da un lato e' vero che qualcuno tenda a puntare piu' sull'effetto che sulla storia o sulla qualita', questo non e' indotto dall'"inquinamento" tecnologico, bensi' dall'attegiamento naturale di una certa Hollywood...

A.F.D.
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Milland
Moderatore

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Inviato - 21/03/2011 :  19:07:19  Mostra profilo  Visita l'homepage di Milland  Cita e rispondi
Bene, Syllon. Non e' che si sia poi tanto lontani.
Mantengo comunque le riserve sulle insidie insite nel tecnologico, insidie che possono essere evitate e spesso lo sono; ma che se non si sta attenti ci sopraffanno.
Non sono un passatista, comunque. Io le mie comodita' le voglio. Voglio l'illuminazione di notte, voglio l'acqua calda, le comunciazioni veloci. Se vivo e' proprio in funzione dell'alto tasso di tecnologizzazione esistente in Italia. Pero' e' bene vedere l'altro lato della medaglia. In modo particolare quando l'altro lato, per cattiva volonta' dei tecnocrati, rischia di diventare preponderante. Rischia di travolgerci.
Cosa faremmo tutti noi senza energia elettrica? ma cosa possiamo fare quando, senza esplorare alter vie, ci si impone quella di origine nucleare.
Lo ribadisco: bisogna stare attenti. Molto attenti.

Milland
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syllon
Utente ordinario

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Inviato - 22/03/2011 :  00:23:39  Mostra profilo  Cita e rispondi
Siamo vicinissimi, ma lontani nel puntare il dito verso i "colpevoli". Ripeto: a mio modesto avviso, non sono i tecnologi ne' la tecnologia in se' la causa di certi atteggiamenti o a generare l'altro lato (il lato oscuro?) dell'era moderna. Un cacciavite in mano a un tecnico puo' risolvermi un problema, magari salvare la vita a una persona che ha bisogno di una particolare macchina. Ma in mano a un delinquente puo' diventare un'arma letale. E' la "politica" nelle sue molteplici forme (in senso stretto, industriale, economica, ecc.) che puo' far danni irreparabili. Come disse Martin Rees: nessuno scienziato ha mai inventato qualcosa col proposito di danneggiare l'umanita'. E' quest'ultima che sa farsi del male da sola...

A.F.D.
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Milland
Moderatore

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Inviato - 22/03/2011 :  09:10:00  Mostra profilo  Visita l'homepage di Milland  Cita e rispondi
Ok anche a questa tua ultima precisazione. Che non abbisogna di alcuna ulteriore precisazione. Salvo una: che la politica e' funzione dell'economia.
Funzione a sua volta dei rapporti tra gli uomini e degli uomi con le cose. Alias rapporti di produzione.
Ciao

Milland
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syllon
Utente ordinario

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114 Post

Inviato - 22/03/2011 :  12:51:45  Mostra profilo  Cita e rispondi
quote:
Inserito originariamente da Milland

Ok anche a questa tua ultima precisazione. Che non abbisogna di alcuna ulteriore precisazione. Salvo una: che la politica e' funzione dell'economia.
Funzione a sua volta dei rapporti tra gli uomini e degli uomi con le cose. Alias rapporti di produzione.
Ciao

Milland



Su questo non ci piove. Come sul fatto che c'e' sempre un diavolo tentatore e qualcuno disposto a farsi tentare...

A.F.D.
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